Nel mezzo del cammin di una settimana strapiena di San
Qualcosa che o non mi interessavano o non erano per me, mi sono ritrovato in un’isola
di salvezza che ha rimesso tutto in prospettiva. Non sto qui a tessere lodi
sperticate di Henry Rollins (che comunque le meriterebbe sempre) o a entrare
nel dettaglio dello spettacolo, ma solo perché ne avevo
già parlato ai tempi di Dublino (cazzo, sto invecchiando). Mi limito a
qualche constatazione sparsa.
Tipo che lo schema dello show è sempre simile: aneddoti
della sua vita recente e passata (tempi dei Black Flag per intenderci), un po’
di considerazioni di carattere politico, ampio spazio alle esperienze di
viaggio. E il mix di argomenti seri e ironia che lo rende magnetico.
Tipo che era la prima volta che si presentava in Italia col
suo spoken word e non per suonare dal vivo. E che eravamo 100 persone a
vederlo, a star larghi coi conti. A parte il fatto che praticamente ci
conoscevamo tutti (sempre le solite facce) e che quasi metà sono entrati con l’accredito,
ho come l’impressione che sia stato un bagno di sangue economicamente e che lo spoken word di
Rollins in Italia non lo vedremo mai più. Oh certo, potrei anche fare il figo e
sottolineare come noi 100 illuminati ci battiamo contro la tirannia della
mediocrità mentre milioni di italiani sono attaccati alla tv a guardare San
Qualcosa, ma sarebbe una puttanata talmente grossa che perfino io non sono così
snob.
Tipo che ha ripetuto solo UN argomento dei mille che aveva
toccato quattro anni fa (cazzo, sto invecchiando): ovvero la ‘gita’ a Islamabad
proprio quando la Buttho era stata assassinata. Questa volta l’ha solo
accennato, giusto per dare un’idea di cosa gli dica il cervello insomma, senza
lanciarsi nei dettagli.
Tipo che nel corso delle due ore e mezza di monologo c’è stato un solo
concetto che ha ribadito più volte: ovvero che il cambiamento è adesso ed è
tutto sulle spalle delle giovani generazioni che erano in platea (grazie della
stima Henry, ma ‘giovani’ mi pare esagerato… cazzo sto invecchiando). E che il
cambiamento non deve venire dall’alto, ma si manifesta a livello locale: nell’attenzione
al proprio piccolo mondo e alle persone che ci circondano e ne fanno parte.
Ottimismo sfrenato, ma ci ha convinti tutti.
Tipo che non so come faccia, ma il buon Henry è diventato
quasi un animale sociale, a sentirlo. E’ sempre stato intelligente, acuto
osservatore e discreto narratore, ma nel corso degli anni ha sviluppato un
senso di empatia che prima sembrava assente dai suoi lavori. Magari è pure
diventato meno scontroso coi giornalisti che lo intervistano?? Ummm. Naaaaaa!
Tipo che Henry Rollins è lì su un palco a 51 anni che
sprizza ottimismo, energia e voglia di fare mentre io che ne ho 17 di meno
sembro suo nonno e contemplo il cosmo con cinismo e rassegnazione. Cazzo, sto
invecchiando.


