…e dopo la tempesta venne Henry Rollins. L’Henry viaggiatore, giornalista, showman, scrittore, osservatore, attore, cantante, intrattenitore, narratore e anche fan sfegatato, che va in fibrillazione davanti ai propri idoli. L’Henry americano, ma cosmopolita; attento ai problemi del mondo, ma non per questo meno solitario e a tratti genuinamente misantropo; affascinato da eventi e culture, ma incrollabile nel suo affidarsi unicamente alle proprie percezioni, anche quando si presentano spicce e sbrigative. L’Henry genuino, insomma, tutto di un pezzo. L’animale da palco continuamente in multitasking, quello che ammette candidamente ‘beh mi sto avvicinando ai 50… non so quando arriverà la crisi di mezza età, o se è già passata, ma nel dubbio c’è solo una cosa che so, voglio e posso fare: tenere una tight schedule e lavorare senza sosta!’. E lo vedi subito da come si propone sul palco che non sta per niente romanzando: pantaloni e maglietta neri, Converse comode, microfono saldamente ancorato nella sinistra e impugnato come un’arma col filo avvolto attorno al palmo, la muscolatura da culturista tesa, la postura protesa verso il pubblico: esattamente come quando sale sul palco con la sua Rollins Band insomma, con la differenza che questa volta non si presenta scalzo e vestito dei soli pantaloncini. Ma la grinta è la stessa, l’urgenza che esprime ad ogni occhiata è quella, anche le urla che lancia ogni tanto per sottolineare certi punti e l’incalzare del suo monologo sono incessanti come il groove della sua musica. Quella di cui parla sul palco è la sua vita, recente e passata, è il suo essere, condito con una dose di umorismo che in altre occasione è rarissimo riconoscerli: un’intervista con lui è gioco di strategia e lenta conoscenza reciproca, dove non devi sbagliare una mossa/domanda se non vuoi essere liquidato miseramente. Questo però è un contesto diverso, qui Henry è nel suo habitat, su di un palco, davanti a un pubblico che lo scruta attento e che lui tutto sommato teme e vuole soddisfare a tutti i costi, dando tutto sé stesso. E ci riesce, accidenti se ci riesce. Snocciola aneddoti e impressioni, racconti di viaggi e incursioni nell’attualità, dietro le quinte della vita on the road e camei da rocker: è irresistibile quando racconta del concerto dei Van Halen con Ted Nugent nel 78 o dei concerti a supporto di Ozzy Osbourne; acuto e divertente nel narrare le sue esperienze di viaggio in Iran, Siria e Libano; intenso, verace e quasi commovente nel ripercorrere la sua esperienza nel concerto di addio dei The Ruts, l’ultimo prima che il chitarrista morisse di cancro; esilarante quando si sofferma sulle esperienze da attore o sull’intervista a Christopher Walken durante il suo programma televisivo. Sembra seriamente divertito quando si lancia sulla satira pungente verso l’America e gli Americani e chiede al mondo di pazientare, perché l’America saprà cambiare… ‘dateci almeno una trentina d’anni però!’. Sincero anche quando si augura che madre natura stia davvero pensando di vendicarsi sull’uomo con un certo sadismo dopo tutto quello che le abbiamo fatto, con animali che attaccano gli umani senza motivo apparente – hey, d’altronde se fosse anche dotato di umana compassione sarebbe tipo Gandhi. E non mi risulta che Gandhi abbia mai cantato in un gruppo hardcore.‘I worry for living’ dice spiegando che la sua vita è fatta di ansia e di un essere continuamente sulla corda, incapace di rilassarsi e di riposare (nonché di intrattenere dei rapporti sociali ‘normali’), al punto da decidere di sfruttare i 9 giorni di vacanza sotto le feste di Natale per andare a fare del turismo… a Islamabad. In Pakistan. Giusto in tempo per l’assassinio della Bhutto. Quando si dice tempismo. Henry Rollins, signore e signori. 3 ore di show vivo, divertente e intelligente. Quest’uomo sa cosa vuol dire avere una vita davanti e sfruttarla al massimo, fregandosene altamente di tutto quello che possono pensare gli altri. Già, potrebbe avere ragione lui.
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